Cappelletti in brodo, lesso, arrosti: il pranzo di Natale della tradizione in Romagna

Cappelletti romagnoli

 

Il pranzo di Natale. In Romagna non è Natale se sulla tavola non ci sono i cappelletti, preferibilmente in brodo. Si tratta di una tradizione assai radicata, che viene raccontata da Eraldo Baldini in “I riti della tavola in Romagna”, uscito nel 2014, per i tipi di Ponte Vecchio.

Testimonianze dirette di come i romagnoli si preparavano alla festa risalgono al primo decennio dell’Ottocento e parlano, appunto, di cappelletti come di “una certa minestra” che anche i più umili hanno “costumanza di preparare”. “L’avidità di tale minestra è così generale, che da tutti, e massime dai preti si fanno delle scommesse di chi ne mangia una maggior quantità, e si arriva da alcuni fino al numero di 400 o 500; questo costume produce ogni anno la morte di qualche individuo per forti indigestioni”, racconta sconvolto in un rapporto dell’epoca un prefetto.

La ricetta dell’epoca prevedeva un ripieno di ricotta, formaggio, aromi, uova. Il tutto avvolto nei classici quadretti di sfoglia. Il fatto che venissero mangiati una volta all’anno, o poco più, giustificava l’enorme attesa e l’ingordigia. Non mancando mai sulle tavole romagnole neanche la voglia di scherzare, al più goloso veniva messo nel piatto anche il cosiddetto caplet de’ lóv (cappelletto del ghiottone) o caplet de’ prit (cappelletto del prete), un cappelletto particolarmente grande.

“La preparazione di questa pasta ripiena – racconta Baldini – avveniva nel giorno o meglio nella sera della vigilia, e coinvolgeva tutte le donne di casa, e spesso anche i bambini, che davano una mano a chiudere il ripieno nella sfoglia”. In Romagna non era usanza il cenone della Vigilia: si cenava con un menù molto povero e ci si dedicava al confezionamento del piatto principale del giorno dopo.

I cappelletti venivano cucinati nel brodo che, a seconda del benessere della famiglia, poteva essere di manzo, cappone, tacchino. Il lesso che ne derivava era un secondo piatto a cui si potevano unire anche arrosti di tacchino o cappone. Si concludeva con vin santo e pan speziale.

Se oggi sulle tavole non mancano panettoni e pandori, in passato in Romagna esisteva il “Pane di Natale, una tradizione andata perduta di cui parlano fonti folkloriche e alcuni racconti. Di solito erano le ragazze che regalavano questo dolce al fidanzato. Di fatto, oggi la Romagna è priva di un dolce tipico natalizio.


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