Il dilemma della frutta perfetta

Frutta perfetta

 

Frutta perfetta del supermercato

 

Siamo alle solite. In un mondo in cui siamo costantemente alla ricerca di una perfezione irraggiungibile, oltre ad essere insoddisfatti noi, rischiamo di causare ulteriori danni all’ambiente già messo a dura prova dai devastanti cambiamenti climatici.

Forse non tutti sanno che l’ortofrutta esposta sui banchi della grande distribuzione, perfetta alla vista, non è ottenuta solo mediante una scelta fatta “ad occhio” ma è il risultato di un rigido regolamento europeo che sta mettendo in seria difficoltà i nostri coltivatori.

Ogni singolo frutto deve infatti rispondere a precisi canoni in termini di dimensioni standard, colorazione della buccia, qualità organolettiche, grado brix (cioè la percentuale di zuccheri presenti). Si tratta di caratteristiche predefinite fissate da stringenti norme europee che non tengono conto dei tempi e della variabilità della natura e, soprattutto, degli effetti della crisi climatica in atto.

Quella che acquistiamo al supermercato non è quindi semplice frutta perfetta, ma un prodotto che è stato selezionato geneticamente, coltivato, raccolto, passato al vaglio delle macchine calibratrici e, infine, diventato prodotto “Extra” o di “categoria I”.

La categoria considerata inferiore (“categoria II”) difficilmente trova spazio nei mercati tradizionali e viene venduta in mercati considerati più poveri come i paesi dell’Est Europa o finisce alle industrie di trasformazione per farne succhi di frutta, dove però viene pagata una cifra irrisoria. Il risultato dell’applicazione di queste regole porta che, tra scarto e frutti destinati all’industria, buona parte del prodotto, seppur perfettamente commestibile e di qualità, non arriva sul mercato del fresco.

Da più parti ci si interroga se questo sia un modello sostenibile e compatibile con i mutamenti climatici. L’agricoltura infatti è il settore che, pur partecipando alle emissioni di gas che influiscono sul clima, è allo stesso tempo quello che ne subisce i danni maggiori: l’aumento degli eventi climatici estremi ha un forte impatto sulla produzione, le temperature crescenti fanno oscillare le rese e le siccità prolungate colpiscono le risorse idriche.

Intanto le stagioni, che non si succedono più in maniera armonica come in passato, insieme al pesante utilizzo della chimica, sta facendo strage di api e altri impollinatori, mentre aumentano le popolazioni di parassiti che provocano danni alle colture.

Il quadro che ne deriva non è certamente roseo e siamo entrati in un circolo vizioso. La grande distribuzione teme che i consumatori non siano disposti ad acquistare prodotti imperfetti esteticamente anche se perfetti dal punto organolettico. Il dubbio però e che possa essere proprio il mercato ad aver orientato il consumatore vero queste scelte.

Sta di fatto che il nostro settore agricolo è pesantemente penalizzato in quanto, quando il prodotto rispondente alle caratteristiche richieste non è reperibile sul mercato locale o nazionale viene importato.

Non riuscendo chi di dovere (GDO e Comunità Europea) a prendere provvedimenti univoci ed efficaci in proposito potremmo essere noi consumatori a fare la differenza. Quando dobbiamo acquistare frutta e verdura privilegiamo la filiera corta anche se l’aspetto del prodotto non è proprio perfetto. Ricordiamo sempre che la salute del nostro pianeta, e non solo, dipende anche dai nostri comportamenti d’acquisto.

Fonte: rapporto dell’associazione Terra! “Siamo alla frutta – un cibo bello non è sempre buono per l’ambiente e l’agricoltura”


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