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La Romagna del Vino

 

La Romagna insieme all’Emilia compongono uno dei territori vitati più estesi e rilevanti d’Italia. La vendemmia 2020 ha portato la regione al terzo posto, con una produzione di 6.611.000 hl, dietro rispettivamente a Veneto, seconda classificata e Puglia, medaglia d’oro. Solo la Romagna conta quasi 22.000 ettari vitati, che scorrono tra vallate e greppi, spesso anche distanti poche centinaia di metri tra loro, ma tanto diversi per ambiente ed impasti geologici, da conferire un carattere territoriale preciso ed identificabile nei vini.
Il primo comprensorio vitato romagnolo sorge sui Colli di Imola, protagonisti dell’omonima DOC. All’interno di questa area, oltre alle uve internazionali Chardonnay ed Cabernet Sauvignon, si producono uve locali di evidente eredità emiliana, come Grechetto Gentile, nome dell’uva che da vita al Pignoletto e Barbera. Tra gli altri comuni dei colli imolesi, forse il più significativo non solo per storicità, ma anche perché sede dell’Enoteca Regionale è il borgo medioevale di Dozza. Eletto tra i “Borghi più Belli d’Italia” è un vero museo a cielo aperto, con i muri delle case, le strade e le piazze divenute le tele degli artisti internazionali, che hanno realizzato oltre un centinaio di opere d’arte contemporanea. L’enoteca è situata nei suggestivi sotterranei della Rocca Sforzesca ed è la prima tappa del Sentiero del Vino di Dozza: un percorso a piedi di circa 6 km, che porterà gli appassionati tra le vigne che hanno visto nascere uno dei cloni più antichi della varietà Albana. L’areale imolese rientra, di fatto, all’interno della zona di produzione dell’unica DOCG romagnola, il Romagna Albana, che inizia proprio dai 7 comuni in provincia di Bologna e si estende fino a Savignano sul Rubicone, ad esclusione del riminese, dove regna un’altra varietà bianca, parente del già conosciuto Grechetto Gentile. I comuni interessati alla coltivazione dell’albana si estendono alla destra della via Emilia, percorrendola da Bologna a Rimini e presentano terreni più o meno compatti di argille azzurre, originatesi su un antico fondale marino tra il Pliocene e il Pleistocene. Spostandosi verso Ravenna ed innalzandosi verso il comprensorio di Brisighella, il terreno muta e presenta cangianti nervature di gesso di epoca messiniana, definite nell’arco della Vena del Gesso. Le zone più interne che da Marzeno giungono a Bertinoro sono invece ricche di calcari, con parti emerse, visibili ed identificabili con il nome di Spungone Romagnolo. Una moltitudine di variazioni geologiche ed altimetriche, che in accordo alle scelte stilistiche delle aziende, si riflettono sull’albana. Gli assaggi spaziano nelle percezioni, dimostrando sensazioni penetranti e dall’imponente struttura alcolica nell’imolese; tratti salini e di agrumata acidità nelle alte colline ravennate di Brisighella; fruttate e dal sorso grasso e persistente a Bertinoro, floreali e sapidi nell’areale di Oriolo. Qui, dove la collina è dominata dall’alta torre rinascimentale omonima, oltre all’albana si coltiva un’uva a bacca rossa, dalla storia molto particolare: il Centesimino. A causa della fillossera, l’uva era destinata all’estinzione, se non fosse stato per Pietro Pianori. Il faentino, soprannominato il Centesimino, per l’attitudine barbina, a metà del secolo scorso impiantò delle marze, sopravvissute nei giardini del suo palazzo in centro a Faenza, sui terreni di Santa Lucia a Oriolo dei Fichi, così salvandolo e diffondendolo. Nello stesso comprensorio , oltre ad albana e centesimino, si coltiva ancora un’altra uva a bacca bianca autoctona. È il Famoso, che contrariamente al suo nome è stato per lungo tempo relegato all’anonimato. Nelle trame misteriose della sua storia è un dato comprovato, che il famoso è stato rintracciato nel 2000 a Mercato Saraceno, la piccola cittadina in provincia di Forlì Cesena, affacciata sul fiume Savio. Grazie alla sue sensazioni aromatiche spiccate di mandarino, fiori di gelsomino, abbinanti ad una contenuta percezione alcolica ed un equilibrio sempre puntuale, sta acquistando terreno e lo si produce anche nel cesenate e nel ravennate. Come in un gioco dell’oca, il Famoso salta la casella di Rimini e lo ritroviamo nelle colline vitate dell’alto pesarese. La città felliniana, di fatto, vanta già la sua uva bianca, che come anticipato qualche riga indietro ed è parente del Grechetto Gentile. Qui l’uva bianca dell’imolese è chiamata Rebola ed è vinificata in versioni ferme, di grande struttura, dall’impronta di albicocca matura ed erbe aromatiche, di proverbiale freschezza. Molti produttori stanno concentrando i loro sforzi produttivi per dar vita ad una DOC dedicata alla Rebola, così come è prevedibile che il comprensorio del riminese, rientri presto anche nelle Menzioni Geografi che Aggiuntive (MGA) del Romagna Sangiovese DOC, con 3 possibili sottozone. Il Sangiovese in Romagna è infatti presente in tutte le province, ma le modifiche al disciplinare e l’introduzione delle MGA del 2011, hanno isolato 12 zone dal resto dell’area vitata, escludendo Imola e Rimini. Le 12 sottozone sono state create perché,
se è vero che la Romagna è un mosaico di areali e terreni, il Sangiovese ne assorbe i tratti e mostra tanti volti, quante sono le aree di produzione. Si mostra voluminoso ed austero a Marzeno, fruttato e potente a Bertinoro, accomodante nei tratti di ciliegia e tannini integrati nel cesenate, verde, balsamico a tratti spigoloso, se giovane a Modigliana e solfureo, elegante e longevo a Predappio.
Un’uva che, al contrario, non cambia mai, un vero poker face dell’ampelografia è l’uva Burson, diffusasi nella Bassa romagnola tra Ravenna e Russi. Conosciuta per il suo essere esageratamente tannica, strutturalmente robusta e ricca di polifenoli è forse la varietà autoctona più vera e tradizionale della Romagna, così come lo è sempre stato il Trebbiano romagnolo o detto Della Fiamma, in virtù dei suoi acini dai toni accesi in epoca vendemmiale. Protagonista di un rinnovato stile in versione effervescente, rievoca l’antica tradizione spumantistica emiliano-romagnolo. Attenti però a non chiamarlo “prosecco”: veneti e friulani sono già alle armi con il bellicoso prosek croato. In Romagna è indicato con più coerenza territoriale con il marchio Novebolle ed la DOC Romagna Spumante. Ancora più convincenti ed autentiche le vinificazioni in cemento, o acciaio, con lunghe maturazioni surlie per le versioni ferme rientranti sotto la denominazione Romagna DOC. Vini che via via confermando le potenzialità di quest’uva, sempre sfruttata ma mai compresa. È dunque giunta l’ora del riscatto del Trebbiano Redento.

Roberto Giorgini
presidente Ais Romagna

 

 

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